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Maria Teresa Liuzzo: Quando la parola abitò il mio cuore  

Mi è capitato di recente di leggere un suggerimento che sapeva di compromesso, di bugia, di opportunismo, di rassegnazione. Lo scritto mi ha alquanto delusa e stupita allo stesso tempo. Mi sono sentita attraversare da un filo elettrico da colui che predicava bene e razzolava male, lo stesso che sarebbe capace di calpestare il cadavere della propria madre per ottenere un attimo di visibilità sui social. In quella lugubre atmosfera vedevo l’oggi distrutto e il domani pronto per essere impiccato da coloro che indossavano tute mimetiche e squame di serpenti. Il Personaggio, intuendo che ero a conoscenza dei suoi falsi alibi, cercava di trasformare in verità la menzogna per non perdere i favori che riceveva dai suoi “padroni”. In un momento si trasformò in un voltagabbana pronto a darsi alla “fuga”, limitandosi a dire che bisognava adeguarsi ai tempi. Intuii che non bisogna lasciarsi sfiorare dallo sterco. Mi sentivo lontana anni luce da questi oscuri personaggi, vedevo in essi il doppio che è in noi e il rischio della scissione tra l’io e l’ombra, mentre osservavo i loro impulsi scatenanti nel cercare di convertire in verità le menzogne. Sono gli zombi del secolo, posseduti da un odio viscerale che non conosce vaccino perché muta sempre nel suo genoma e ancora più letale si rinnova. Sono stata assalita da un senso di nausea, perché soltanto quello si può provare, quando non un uomo, ma un lacerto di esso, si genuflette ad una Cocotte, ignorante, deleteria, bugiarda, traditrice, millantatrice al timone di un bastimento di putridume, che esulta ad ogni “spettro” che incontra dove andrà a finire insieme ai fondi del caffè nella pattumiera.

Povera Cultura in mano agli sciacalli, altro non sono che ombre tremolanti che la lampada notturna proietta sulle pareti. La sorpresa quando lo sdegno mi fece pensare alla purezza del pensiero, alla generosità della parola e al suo amore che danno prestigio e valore alla scrittura. ARIMANEo SATANA?

Ho capito che la scrittura è come la famiglia. Non è sangue ma scelta. All’improvviso il mio cuore spezzato si rasserenò. L’accento fu un neonato abbandonato tra le braccia di una sconosciuta. Il suo visetto roseo era dolce, lo strinsi al petto e si addormentò baciato dalla luna. Compresi che soltanto la vita e nessuna scienza ci insegna il coraggio di vivere e di amare.

Questa creatura che il destino affidò nelle mie braccia, è diventata respiro, inchiostro, coscienza. La mente ha iniziato un lungo viaggio tra i superbi, padroni della loro sapienza. Non urlò la parola né pianse, non si mise in fila come le ochette del pantano o come le mollette che stendono i panni al filo per farli asciugare. La scrittura aveva la capacità di ardere più del fuoco, il potere di gelare come un dannato all’inferno, ma anche di diffondere la luce di un diamante di mille carati.

La parola è una guerra che non dorme, non conosce la pigrizia né l’angoscia, non è una creatura inferma, ed è partita decisa come un soldato al fronte. Non bastò la tempesta a scoraggiarla, né l’ululato del vento che scioglieva la neve contro i vetri. Si armò di arco e frecce e nell’abisso della vita si inoltrò. Fu devastante come un fulmine, generosa come una cascata, e cantò nel silenzio più atroce pur sapendo che poteva morire. Soltanto attraverso le imboscate capì che la mente comprende ciò che gli occhi catturano. Viaggiò in incognito, aveva perduto la nozione del tempo. Si rifugiò tra le pagine di un libro e quel mondo divenne il suo altare e la sua casa.

Mi disse che la “Voce” non può essere un simbolo da sfruttare, ma una Verità da proteggere a qualunque costo. Si distaccò da monconi e comparse e in trincea rimase a lungo senza respirare per sopravvivere. Sapeva che il silenzio era privo di occhi. Il suo compito era quello di liberarsi dal potere di una sovragestione occulta. Sa di essere respiro, esistenza e non una sterile forma di gesso sotto la pioggia, né merce da svendere, ma resistenza silenziosa, forza indistruttibile. La parola è dolore, il dolore è memoria. Un tormento contro l’oblio perché la vita è fatta di regole e di scelte.

La scrittura, questa famiglia di parole, questo groviglio puntiglioso di vene e arterie, pelle, ossa e pori somigliano alle spore delle felci, creature del bosco e del sottobosco. È ansia che mi percuote e che mi cucio addosso rattoppo dopo rattoppo. Proprio in questi territori “maculati” sono mal vista e possibile preda degli avvoltoi e dei cacciatori delle “tenebre” in cerca di “selvaggina”. In ogni territorio impervio che attraversiamo, sarà difficile, se non impossibile trovare certi equilibri, ma bisogna provarci per liberarci da quel “brodo” caotico del mentire, essere desti, trovare il proprio equilibrio.

I problemi vanno allontanati e non si può vivere fuggendo. Ogni guerra è il macabro risultato di menti agitate, lingue appuntite e cuori in rivolta. Bisogna liberarsi delle oscurità interiori. La Pace è un lusso. Rimane una bussola senz’ago, un’anima in pena perché è spesso un mezzo e non un fine. La facciata umanitaria, le sfilate poetiche e tanto altro sono parte di una scacchiera globale dove l’ombra nera dell’ego ha in mano la frusta. Sarebbe utile fare esperienza nel deserto, al di là dei concetti desunti dalla mistagogia; vuol dire fare i conti con le essenzialità dell’esistenza, tra verità mutilate e condanne sospese, delitti e abusi archiviati, tracce sparire e giustizia dissolta.

La parola sopravvive ad ogni morte, e, anche quando non è ingioiellata, seppure fragile nella sua spontanea eleganza è assoluta. Infatti sopravvisse come un abito marcio sulla pelle delle vittime innocenti e superò quelle malattie che furono strumenti di sterminio, quando obliqua scendeva l’ombra sopra il campo. La parola era soltanto una bambina dal corpo fragile, con le dita piene di vesciche sino ai polsi, le guance rigate dalle lacrime, le ginocchia sbucciate, i piedi sanguinanti.

La sua innocenza era marchiata dal disprezzo. In quel deserto di morte neppure l’ugola aveva voce per distrarre il dolore. Era soltanto una nota dimenticata nella nebbia, ma non rassegnata. Continuò il suo viaggio perché era stata “chiamata” a condividere non ciò che divide, ma ciò che unisce, con la sua deliziosa presenza, con la sua fedeltà silenziosa. È il nostro Spirito che non si possiede, ma si custodisce al riparo delle lingue più feroci del bisturi.

Recita un detto: “Sono lo spirito che sempre nega! E a ragione: perché tutto ciò che nasce è degno di andare in rovina. Sarebbe pertanto, meglio se non nascesse. Così tutto ciò che voi chiamate peccato, distruzione, il Bene, il Male, il mio vero e proprio elemento” (Faust). Chi è in cammino verso il bene, è un pellegrino saggio e salvo perché ha saputo affrontare e attraversare le paludi del male. La parola è nutrita dal sangue, e seppure esiliata da tutti non sarà mai dimenticata, né umiliata dalla crudeltà del tempo, in quanto simbolo universale di umanità.

Anche il silenzio è immortale in tutto ciò che viene messo a tacere, persino anche dove l’amicizia smette di essere un dono. Emigrò la parola, strappando dal suo esile corpo lo scampolo di benda mortuaria. In segreto cercava le trine di un cuscino su cui adagiare i suoi pensieri affinché non si disperdesse la sua libertà, la sua coscienza, la sua responsabilità. Altrove un cane affamato ringhiava vagando nel gelo che lo colpiva con furia curvando gli alberi nudi. Era cattivo il vento, quella notte, prepotente e con la barba lunga e incolta.

Le rose odoravano di morte, le bacche sanguinavano a terra, abbracciandosi mentre rotolavano nel solco. Le foglie, i fiori e le erbe sembravano soldatini disarmati e bambini indifesi. Era un samurai la notte. Così la parola, appartata, dignitosa, come voce notturna attraversò le grotte, le tempeste, gli anfratti, lottò con mostri marini e terrestri nei pianeti che abitò. Si smarrì nel cosmo, si vestì di stelle, bevve il veleno del tempo e della Storia. Quella notte, il silenzio era denso e ovattato come un tempio sacro, e l’accolse come una regina.

Una pletora di “ombre”… Erano così vicine a contemplare la bugia… Oggi va di moda la disonestà, la degenerazione, la spudoratezza. Un mondo crudele, ateo, che pretende dalla parola ubbidienza, servizio e mutismo. Anche il mare si ribella dagli abissi. Dall’alba alla sera si esibisce uno spettacolo di marionette, dove la teatralità ha fame di prede. L’anima si mascherava di buio, mutando in amante e in carnefice. Altrove, la tempesta gemeva facendo raggelare il sangue nelle vene.

Sempre nuda la parola nella sua clamide d’acqua e di rugiada. Di carne e respiro era la pagina. Cercò invano il talento, trovò solo mediocre ambizione nella spietata concorrenza al potere di turno, si incorona, e come sempre appare una maschera dietro le quinte. Si presenta come un Dio, ma la sua mente è infetta, depravata, la virtù è simulata, i pensieri violenti.

La parola scelse la Fede come missione.

I “Mostri” temono la verità ma la parola non si fa abusare. I “Fantasmi” hanno terrore perché tutto ciò che è vivo fa rumore. Quel Dio appeso al petto è il mio domani. Si allacciavano le vocali come scarpe. Nelle pupille navigavano i morti che traghettavano parole che nessuno voleva ascoltare.

Ho respinto le risate crudeli finché ho visto i sogni trasformarsi in “carne”. Ero un’altra. Ho chiuso il respiro in una valigia, cucito gli appunti che ho nascosto nell’orlo del vestito. Pensavo a quanto la scienza avesse dimenticato la sua coscienza. Ho seminato grano, accarezzato siepi, piantato alberi. Ho camminato come un funambolo tra le lacrime sapendo di avere un coltello puntato alla schiena. Ho percorso sentieri impervi in compagnia di falchi e lupi. Ho attraversato le vigne dove il sole andava a dormire e la parola non risiede nell’oblio, ma è resilienza che non si sfilaccia. Il suo legame con l’Universo vale più di una corona.

Continuo a viaggiare nei polmoni del tempo indossando il saio della mia solitudine; percorro le strade sterrate, scorgo le cime innevate dove la parola sfida l’invisibile senza chiedere applausi.