Ermonela Jaho e Donizetti: alla ricerca della verità
Il dialogo con Ermonela Jaho prosegue da tanti anni: almeno dal 2021, quando la grande cantante vinse il premio ICMA nella categoria “Vocal music” con il recital “Anima rara”, pubblicato dall’etichetta Opera Rara. Nonostante le limitazioni del periodo Covid, venne a Vaduz per il nostro galà e strabiliò il pubblico con una travolgente esecuzione dell’“Addio del passato” di Violetta: tanto che la giuria, unanimemente, decise di proporla come artista dell’anno per l’eduzione 2023 dell’ICMA, che si tenne a Breslavia. Ermonela è da allora una sorta di membro onorario della famiglia ICMA: dopo le due interviste realizzate per le occasioni prima citate, ecco che torniamo a parlare con il grande soprano albanese che ha conquistato anche quest’anno il primo premio nella categoria “Vocal music” con la sua incisione delle romanze di Donizetti, con Carlo Rizzi al pianoforte, sempre per Opera Rara.
Come è stata coinvolta nel progetto dell’integrale donizettiana?
Come sa, Opera Rara ha la filosofia di riportare alla luce pagine dimenticate di grandi compositori del passato: è stato soprattutto Roger Parker a riscoprire queste romanze di Donizetti, e ne ha trovate più di 400 per i differenti tipi di voce. Mi sono subito appassionata al progetto, perché con Opera Rara mi sento a casa, sono una loro ambasciatrice: con loro lavoro da tempo sul repertorio verista, al quale oggi mi dedico con assiduità. All’inizio ero un po’ scettica sulla qualità di queste pagine: spesso sono molto semplici, non è il Donizetti di grande livello che troviamo nelle opere più famose, ma c’è la melodia, c’è il sentimento, ed era giusto farle conoscere. Colmiamo un buco nella conoscenza di questo autore. Ne ho studiate ben 42: e devo dire che è stato un grosso lavoro. Nella maggior parte di esse mancano le indicazioni dinamiche, e quando si deve ripetere tre o quattro volte la stessa melodia su testi diversi occorre inventarsi dettagli sempre nuovi, alternative espressive: con il Maestro Rizzi abbiamo lavorato su questo per dare a queste pagine la dignità che meritano. Ci sono romanze in veneziano e napoletano, che sono molto divertenti e su testi semplici e popolari, ma anche alcune derivate da capolavori letterari come la Divina Commedia; quelle in francese, invece, sono più sentite, più intense, forse perché create all’interno di circoli letterari e artistici, a cui Donizetti le portava come regalo d’occasione (come mi diceva Roger Parker: per questo alcune sono proprio prive della parte pianistica, che abbiamo dovuto ricostruire). Hanno una certa malinconia, una tristezza diffusa. Penso che queste romanze possano essere utili per i giovani cantanti, come esercizio: sono semplici tecnicamente e aiutano a sviluppare l’espressività e il canto sulla parola, raccontando una storia, per semplice che essa sia.
Quando si fa un’integrale è inevitabile che alcuni brani siano di qualità più bassa: come affronta uno spartito in cui non crede?
Succede, è innegabile, di cantare pagine che non ti dicono niente. In questo caso l’artista deve idealizzare, deve scavare nel proprio inconscio, per far creder al pubblico che il valore della musica sia molto maggiore di quello che è: si lavora tanto sulle dinamiche, sui colori, perché l’orecchio umano ha bisogno della varietà. In questo modo si rende la musica più bella di quello che davvero è.
Molte romanze sono in forma strofica: ha inserito variazioni, abbellimenti?
Non tanti. La filosofia era portare al pubblico queste romanze come sono state scritte, con minimi cambiamenti. Abbiamo lavorato, come le ho detto prima, sulle dinamiche, che servono a variare pezzi che possono superare i dieci minuti di durata: l’idea era raccontare una storia come se avessimo davanti dei bambini.
Cosa cambia tra quelle italiane e francesi?
Quelle in italiano sono dirette, senza filtri, anche nello stile del canto; quelle in francese invece l’atmosfera è intima, interiorizzata, delicata. Meno esplosiva, se posso così dire.
Qual è il suo rapporto col teatro donizettiano? Ha cantato Stuarda, Bolena, Elisir, Don Pasquale…
Vero, nel mio percorso ho incontrato diverse sue opere: sappiamo quanto Donizetti sia stato prolifico e quanto la sua vita sia stata accidentata. Ma certamente un vero genio, dall’istinto teatrale spiccato e le sue opere hanno una dimensione di bravura evidente: la coloratura donizettiana ha però sempre una finalità espressiva. Il teatro di Donizetti è completo, coglie ogni sfumatura umana.

Lo scorso dicembre ha inciso, sempre per Opera Rara, La rondine di Puccini a Londra: un’opera sempre considerata minore che però oggi sta conoscendo una certa fortuna. Perché, secondo lei?
Mi sono subito innamorata di questa opera quando mi fu offerta per la prima volta a Trieste nel 2008: è un’opera modernissima, e contiene forse il più bell’atto di tutto Puccini (parlo del secondo), che unisce avanguardia nella drammaturgia a una cantabilità travolgente. Forse alla sua epoca è stata fraintesa, perché manca la dimensione drammatica che si associava a Puccini: certo, nessuno muore, ma il dramma è più profondo, perché Magda muore dentro. Si prende sulle sue spalle le colpe di tutti, è un’adulta che sacrifica un amore impossibile: un’opera davvero straordinaria, che capisco sempre di più ogni volta che la canto. Anche il terzo atto, che tutti definiscono debole, va sottolineato in ogni parola del testo.
Ma a Londra avete proposto un’edizione particolare…
Nella prima versione Magda è composta, risoluta. Ma Puccini non era soddisfatto, voleva scavare nel dramma umano di Magda: la seconda e la terza versione sono completamente diverse, perché è Ruggero a lasciare Magda. Nella seconda lei rimane con Prunier (che qui è baritono), nella terza (che abbiamo registrato) Ruggero è più aggressivo, forse per enfatizzare il dramma. Ci sono molti dettagli diversi tra le varie versioni: e sono orgogliosa di essere l’unico soprano ad averle cantate tutte e tre!
Insomma, il disco ha ancora oggi un valore come strumento culturale!
Assolutamente sì: tutti i vari tasselli del puzzle della Rondine meritano di essere conosciuti. Nel disco ci saranno, anche se poi dal vivo a Londra abbiamo fatto la terza versione: il pubblico è rimasto incantato. In genere, tutto il teatro pucciniano è fatto di riscritture e ripensamenti: ed è interessante seguirle per capire come Puccini abbia lavorato alla ricerca di una verità espressiva.
Mi piacerebbe che spendesse alcune parole sul suo impegno a favore dei giovani artisti, specie nel suo Paese, l’Albania.
Dopo 33 anni di carriera credo di avere raggiunto vari traguardi, ma non è stato facile, specie venendo dall’Albania: però ce l’ho fatta, e questo dimostra che i sogni possono diventare realtà se ce la metti tutta e combatti senza arrenderti. In più, col passare degli anni non si diventa più giovani, la voce non durerà per sempre ed è importante lasciare qualcosa: non per presunzione, ma perché in un mondo così complicato sognare di poter vivere della propria arte è quasi un miracolo. Ma non si può vivere senza musica, senza arte: ecco perché credo che per me sia un dovere restituire qualcosa, a partire dal mio Paese. Faccio corsi, masterclass, porto gli agenti quando vedo talenti eccezionali, cerco di sostenerne le carriere facilitando audizioni con i direttori artistici: e questo non solo in Albania, ma anche al Royal Opera House con lo Young Artist Program.
Oggi è più difficile rispetto a quando ha iniziato lei?
Sì, perché tutto va troppo veloce: pensi ai social media, che aiutano se si sanno dominare, ma che rischiano di massacrare le persone e le carriere. Un like non è la realtà: i miei eroi erano Mirella Freni, Renata Scotto, Maria Callas, che lottavano con le unghie e gli artigli per affermarsi nel mondo reale. Oggi troppi badano solo all’apparenza, e sta crescendo una generazione di persone depresse, che non hanno le armi per reagire alle delusioni e alle sconfitte. Sono ragazzi fragili.
Con Opera Rara ci sono progetti in vista?
Sì, un’altra opera verista. Ma non posso dare troppi dettagli.
E gli impegni in teatro?
Sto per dare addio a Violetta dopo tantissime recite: dopo Londra, la canterò al Met e poi, per chiudere, all’Opera di Roma. Ho concerti a Parigi, al Festival di Peralada, a Madrid, sarò Liù (Turandot) a Torre del Lago e alla Bayerische Staatsoper, Suor Angelica a Londra, Butterfly e Adriana a Vienna. Tornerò alla Rondine a Zurigo e poi nel futuro ci sono ancora Iris, Il pirata, Medea…
Nicola Cattò
Data di pubblicazione: 4 Marzo 2026