“La storia che unisce: dalle radici degli Albanesi alla Diplomazia dei Sentimenti”
Tommaso Garofalo
La memoria di un popolo non è soltanto il racconto del passato: può diventare uno spazio di incontro, conoscenza e dialogo tra comunità e generazioni.
La “Diplomazia dei Sentimenti” nasce da un’idea semplice: prima delle istituzioni vengono le persone, prima dei confini vengono le relazioni, prima delle differenze viene la capacità di riconoscersi nell’altro.
È una prospettiva che intende trasformare la memoria, la cultura e l’incontro in strumenti di dialogo tra popoli e comunità. Non una diplomazia alternativa a quella istituzionale, ma una dimensione più umana della diplomazia, capace di partire dall’ascolto, dalla conoscenza e dal rispetto reciproco per costruire ponti là dove la storia ha spesso costruito muri.
È con questa chiave di lettura che ho accolto l’interessante notizia riportata recentemente dalla stampa albanese sulla presentazione, presso l’Accademia delle Scienze d’Albania, del modello del primo volume della nuova Storia degli Albanesi.
Un’opera di grande respiro, destinata a raccogliere e reinterpretare le conoscenze sulle origini e sul lungo percorso storico del popolo albanese, dalle civiltà illiriche attraverso l’età romana e bizantina fino alla formazione dei primi nuclei arbëreshë.
Non è soltanto un progetto scientifico.
Ogni volta che un popolo torna a interrogarsi sulla propria storia, infatti, compie un gesto che riguarda il presente e, soprattutto, il futuro.
A chi appartiene la memoria?
È questa, forse, la prima domanda che dovremmo porci.
A chi appartiene la storia di un popolo?
Appartiene certamente a quel popolo, alla sua cultura, alle sue comunità e alle generazioni che hanno custodito nel tempo lingua, tradizioni, testimonianze e memoria.
Ma la storia, quando viene studiata con rigore e raccontata senza trasformarla in uno strumento di contrapposizione, appartiene anche all’umanità.
La storia degli Albanesi, per esempio, non è racchiusa soltanto entro i confini dell’attuale Albania. Essa vive anche nelle comunità albanesi del Kosovo, nei Balcani e nella grande realtà della diaspora.
E vive, in maniera particolarmente significativa, nelle comunità Arbëreshe d’Italia, che da secoli custodiscono una parte straordinaria della memoria, della lingua, della spiritualità e delle tradizioni albanesi.
È proprio qui che la storia può diventare ponte.
L’Arbëria storica e l’Albania contemporanea non sono soltanto due dimensioni geografiche o temporali. Sono due realtà che possono incontrarsi attraverso la memoria.
E quando la memoria diventa incontro, essa smette di essere soltanto nostalgia e diventa diplomazia.
Dalla memoria alla relazione
La grande sfida del nostro tempo non è soltanto conservare la memoria, ma trasformarla in relazione.
Una memoria che divide, che stabilisce superiorità, che viene utilizzata per alimentare contrapposizioni, rischia di diventare una nuova frontiera.
Una memoria condivisa, invece, può diventare uno strumento straordinario di conoscenza.
È questo uno dei principi della “Diplomazia dei Sentimenti”.
Conoscere la storia dell’altro significa riconoscere la sua dignità. Conoscere le sue radici significa comprenderne meglio il presente. Conoscere le sue ferite significa imparare a guardare il mondo con maggiore sensibilità.
In questo senso, un’opera come la nuova Storia degli Albanesi può assumere un significato che va oltre le pagine dei suoi volumi.
Può diventare un invito a conoscere.
E conoscere è il primo passo per incontrarsi.
Albania e Italia: una storia che continua
Per l’Italia, questa riflessione assume un valore particolare.
La presenza Arbëreshe rappresenta infatti uno dei legami culturali più antichi e significativi tra il mondo albanese e quello italiano.
Paesi e comunità differenti, ma uniti da una storia che continua a parlare attraverso la lingua, le tradizioni, i riti, la musica, la cultura e soprattutto attraverso le persone.
Piana degli Albanesi, in Sicilia, è uno dei luoghi nei quali questa memoria è rimasta particolarmente viva.
Ma Piana non è soltanto un luogo nel quale ricordare il passato.
Può essere un luogo dal quale costruire il futuro.
Ed è proprio questo il passaggio che la “Diplomazia dei Sentimenti” propone: non fermarsi alla celebrazione delle radici, ma utilizzare quelle radici per creare nuove relazioni.
Tra Albania e Italia.
Tra Albania e comunità Arbëreshe.
Tra giovani e anziani.
Tra istituzioni e cittadini.
Tra persone che condividono una storia e persone che, pur provenendo da storie diverse, desiderano conoscersi.
La storia non deve diventare un muro.
La storia europea ci ha insegnato quanto facilmente la memoria possa essere utilizzata per costruire muri.
Muri politici, ideologici, culturali e persino psicologici.
Ma ci ha anche insegnato che nessun muro è eterno quando le persone decidono di incontrarsi.
Per questo considero particolarmente importante che la ricerca storica venga accompagnata dalla capacità di dialogare.
Studiare il passato non significa soltanto sapere ciò che è accaduto.
Significa anche chiedersi che cosa possiamo imparare da ciò che è accaduto.
La storia diventa veramente utile quando riesce a parlare al presente.
E il presente, oggi, ci chiede di costruire ponti.
Una diplomazia che parte dalle persone
La diplomazia tradizionale parla attraverso i governi, le istituzioni, gli accordi e i trattati.
La “Diplomazia dei Sentimenti” parte invece dalle persone.
Non sostituisce le istituzioni: le avvicina alle comunità.
Non sostituisce la storia: la rende capace di parlare al cuore.
Non cancella le differenze: insegna a viverle come una ricchezza.
Per questo credo che il dialogo tra Albania, Italia e comunità Arbëreshe possa rappresentare un laboratorio particolarmente significativo.
Perché qui la diplomazia non è soltanto una questione di protocolli.
È fatta di volti, di incontri, di parole, di memoria, di amicizia.
È fatta di persone che si riconoscono in una storia comune e decidono di trasformarla in un futuro comune.
La memoria come dono.
Forse è proprio questo il significato più profondo della memoria.
Non possederla.
Ma custodirla e donarla.
Ogni generazione riceve una memoria dalla precedente e ha il compito di consegnarla alla successiva. Ma può farlo in due modi: chiudendola dentro un recinto identitario oppure aprendola al dialogo.
La “Diplomazia dei Sentimenti” sceglie la seconda strada.
Perché la memoria non deve essere una fortezza.
Deve essere una porta.
E attraverso quella porta possono entrare la conoscenza, l’amicizia, la cultura e il rispetto.
La nuova ricerca sulla storia degli Albanesi può dunque essere letta anche come un’occasione per tornare alle radici senza rimanere prigionieri delle radici.
Perché conoscere da dove veniamo non significa chiuderci nel passato.
Significa avere maggiore consapevolezza di dove vogliamo andare.
E forse è proprio questo il compito più alto della storia: non dividere gli uomini attraverso ciò che sono stati, ma aiutarli a riconoscersi attraverso ciò che possono ancora diventare.
In fondo, la “Diplomazia dei Sentimenti” nasce proprio da questa convinzione: la storia può raccontare i muri che abbiamo costruito, ma sono le persone che possono decidere di trasformarli in ponti.