Maria Teresa Liuzzo: Quando il dolore si fa storia
Quando il dolore si fa storia e la parola si erge a buon diritto, esso segna la contemporaneità con la ragione, attraverso l’elemento ispirativo nella magia sacrale della scrittura. È varietà espressiva, senso del logos annodato all’ethos, esperienza vissuta e dura palingenesi esistenziale.
Ritroviamo la vita nella Natura che si rinnova nella storia che diventa memoria: / gocce di luna sull’altalena, / il dolore che avvelena. / Unite le ombre / ad un germoglio di sogni. / Nella sventura s’incontrano un passero e un pane, / di ogni disgrazia ne faccio una grazia. / Recupero madri da ogni banda di ladri.
L’età è nella nostra testa come il vento che benedice le rondini nella mite stagione. / Ogni giorno è una rivoluzione.
La scrittura si snoda come la regia di un film dove l’attore muta a seconda della parte che interpreta. Il tempo e il dolore non fanno rumore, non indossano maschere per cercare consensi, vivono consapevolmente. Torniamo cristalli nell’oceano quando riusciamo a conoscere la fragilità degli altri. Ogni primavera insonne è stata una notte di paura, non ha seguito la direzione del vento, è andata controcorrente ed è tornata mare nei miei occhi.
Ed ecco che la parola mette radici, diventa pneuma, alito divino della creazione. Vive la nostalgia dell’infinito, diventa donna del Tabor (a proposito della Trasfigurazione o effusivo della Pentecoste). Il male è dietro la porta ma la voce emerge, indaga, esamina, e all’occorrenza usa il bisturi contro la maldicenza. Con la verità ha un legame di sangue ma anche dinamico che sfida il tempo. Nulla sparisce se si vive davvero. Il sole nasce ogni giorno e insieme al cielo sopportano il dolore del mondo.
Mi sorride la pagina dalla finestra spalancata del mio cuore: sono il seme che rinasce dalle viscere del tempo. Respiro e memoria risiedono nella libertà. La scrittura non conosce oblio, sopravvive perché ha imparato a ribellarsi al caos spesso falso e meschino. Ignoro ogni forma di solitudine perché sono con Dio e Dio non è condanna né prigione, senza temere la siccità del tempo.
I muri mi proteggono, la luna mi spettina, le ciglia balbettano. Ascolto la danza delle vene che racchiudono il mare dell’universo. Mi attraversa il respiro delle stelle, bevo le loro lacrime di miele e mi rifugio nel sacro: “È La Torre” (di Rilke). Inseguo la rinascita, l’arte e la scrittura sono pilastri che mi proteggono dall’isolamento, cerco e trovo la pace che non conosce infarto né frattura. Mi abbracciano arcobaleni, le estetiche presenze di cui parlava Virginia Wolf. La scrittura è donna, lontana dalla solitudine: qui la ferita si fa ombra, l’alleanza non diventa sudditanza.
Quando l’occhio si trasformò in mare e le spine graffiarono il petto caldo di carezze, anche il grido imparò a tacere. Il polso tornò tempesta tra le dita. Dove l’immagine si fa respiro, la voce si fa Storia. / Il lupo non farà mai parte del gregge (“Vis et Honor”).