CONTRO LE RIVOLTE GIOVANILI VIOLENTE. PER UNA NUOVA SCUOLA DAL CUORE ANTICO

Antonio Catalfamo
Prendo l’abbrivio dalle rivolte violente dei giovani, che sono esplose anche in Italia come effetto emulativo rispetto alla Francia, in quanto professore di Scienze giuridiche ed economiche nelle scuole superiori, già con incarichi universitari in qualità di abilitato all’insegnamento come Professore Associato in ambito accademico tramite ASN (Abilitazione Scientifica Nazionale). Ho assistito a queste vicende drammatiche con viva preoccupazione e con riflessione critica. Si tratta di problematiche collegate ad un contesto più ampio, che va analizzato in tutta la sua complessità ed articolazione, e che hanno un retroterra che rimonta di molto nel tempo, che volutamente viene oscurato da chi ha inteso assumere un atteggiamento giustificatorio, anzi sta cercando di trarne in maniera irresponsabile profitto politico ed elettorale.
Il mio punto di vista è quello della scuola, che è pienamente coinvolta in queste vicende, ma non rinuncio ad allargare l’orizzonte a tutta la situazione sociale e politica per alcune riflessioni che voglio offrire all’attenzione generale e, segnatamente, dei partiti e dei movimenti che sono animati da intenti seri volti alla soluzione reale dei problemi che stanno alla base. Spero che intorno alle mie riflessioni si apra un dibattito proficuo e che esse possano essere recepite in qualche modo nei programmi delle forze politiche e sociali che hanno sinceramente a cuore le sorti del Paese e che vogliono cercare e trovare soluzioni assieme agli altri, senza pregiudizi di alcun tipo, né ideologici, né di bottega. Aspetto con fiducia commenti e reazioni positive e spero che possa crearsi un clima di collaborazione fattiva.
Ma partiamo dalle rivolte di cui dicevo. Il primo pensiero che ho avuto e che mi pare sfugga ai più nell’ampio dibattito che si è sviluppato è questo: poveri insegnanti che si ritrovano in classe questi soggetti.
Siamo in presenza della manifestazione eclatante, che ora tutti possono vedere, al di là della schiera degli “addetti ai lavori”, della condizione pietosa in cui è stata ridotta la scuola da decenni di permissivismo e di politiche improntate ad un’accoglienza senza regole, che hanno caratterizzato la sinistra istituzionale nel nostro Paese da parecchi lustri ormai, sia quando è stata al governo, con ministri come Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro, sia quando ha svolto un ruolo nefasto e diseducativo dall’opposizione.
Abbiamo assistito al protrarsi della lunga temperie settantottesca, i cui effetti nefasti non sono stati ancora calcolati in tutta la loro portata. Anche allora i giovani furono animati da una rabbia genericamente distruttiva, che si basava sulla rivendicazione di avanzare nella vita e nella carriera scolastica e universitaria senza studiare e senza impegnarsi in un processo formativo serio e produttivo. Anche allora i professori più responsabili che si opposero a queste rivendicazioni, pretendendo di esercitare il loro ruolo educativo e selettivo senza compromessi, furono messi alla berlina e picchiati. Faccio un esempio per tutti: Franco Ferrarotti, padre fondatore della Sociologia italiana del secondo dopoguerra e figura di maestro animato da profondo spirito democratico e pedagogico. Egli stesso ha riferito dettagliatamente in articoli su qualificati organi d’informazione, poi raccolti in volume, sulle aggressioni fisiche e morali che ha subito in quegli anni, in un clima di omertà e spesso di connivenza pure da parte di settori ben individuati del mondo accademico.
Si racconta che un insigne latinista e docente universitario, Ettore Paratore, insigne latinista, che assunse un atteggiamento di coraggiosa resistenza nei confronti di intimidazioni e violenza diffusa, dimostrò in maniera inconfutabile che coloro che fingevano di battersi per una nuova cultura e una nuova società in realtà volevano solo acquisire promozioni e titoli a buon mercato. Diede da tradurre ai suoi studenti come compito di latino alcune pagine del Libretto Rosso di Mao Tse Tung, ma i contestatori non seppero tradurle, e, quindi, fu chiaro che non erano rivoluzionari, ma soltanto giovani dominati da crassa ignoranza e supponenza, nonché da opportunismo e fini di carriera strettamente personali oppure di casta, che in molti riuscirono a realizzare negli anni a venire, salendo in cattedra oppure inserendosi con successo, e con ricadute economiche consistenti, nei gangli dello Stato e della Pubblica amministrazione.
Tutto ciò sfociò nel terrorismo, alimentato da quelli che giustamente furono definiti «cattivi maestri», perché istigarono i giovani a una violenza indiscriminata per tornaconto personale, e da certa sinistra per scopi prettamente elettoralistici.
Questa situazione si ripropone oggi aggravata e resa ancor più pericolosa da strumenti difficili da controllare, come Internet, al quale, difatti, i manifestanti violenti stanno facendo ampiamente ricorso per organizzarsi nelle loro azioni di devastazione e di guerriglia urbana. Lo stesso Ferrarotti ha definito questi giovani drogati dall’informatizzazione selvaggia «un popolo di frenetici informatissimi idioti», che sanno tutto e non capiscono niente. Giustamente il ministro dell’Istruzione Valditara ha emanato disposizioni per limitare fortemente l’uso dello smartphone e di strumenti simili a scuola, ma queste prescrizioni vengono spesso disattese dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti in generale, che si richiamano al permissivismo di sinistra di cui ho già detto.
I giovani, immigrati di seconda generazione e italiani mentalmente e socialmente emarginati, soventemente autoemarginati per pigrizia mentale, si portano a scuola la carica distruttiva che hanno mostrato nelle piazze. I professori diventano i bersagli privilegiati e facili da colpire, perché vittime di una annosa campagna di delegittimazione. La loro autorità è stata cancellata dal pedagogismo di sinistra, da teorie demagogiche e falsamente democratiche come la «maieutica di gruppo» et similia, che pretendono di ispirarsi al metodo socratico. Ma Socrate, in realtà, presupponeva che la verità fosse una sola e che il filosofo la possedesse e, attraverso la fase dell’«ironia», riuscisse a trarla, come una specie di «levatrice», dagli altri, di fatto imponendo la sua presunta «verità». Ben più valido va considerato l’insegnamento dei sofisti, rivalutati da un grande filosofo e filologo, Mario Untersteiner, che trasmettevano un sapere veramente dubitativo.
Sempre Ferrarotti ha ricordato che autorità viene dal latino «augere», che vuol dire «far crescere». Se agli insegnanti non viene riconosciuta questa autorità e i genitori, a loro volta, rinunciano ad esercitarla, definendosi «amici» dei figli, complici ed iperprotettivi, mettendo continuamente sotto accusa i professori, grazie ai poteri eccessivi loro riconosciuti a partire dai famosi «decreti delegati» degli anni Settanta del secolo scorso, i giovani non cresceranno mai, men che mai in maniera sana.
L’insegnante oggi non può permettersi di rimproverare alunni e studenti, perché, secondo un pedagogismo di comodo, li «traumatizza», non può mettere note disciplinari, altrimenti i dirigenti lo richiamano, dicendo che la colpa è sua, in quanto «non sa tenere la classe» e interessarla, anzi allettarla con lo zuccherino, non può pretendere lo studio intenso, perché li affatica, non può mettere voti negativi, perché essi dimostrano che non ha saputo svolgere adeguatamente il proprio compito. Antonio Gramsci, oggi rivalutato dalla sinistra autentica, ma anche dalla destra alla ricerca di nuovi riferimenti culturali, ha insegnato a tutti noi che la cultura è sacrificio, studio intenso ed instancabile.
È chiaro che questo processo di delegittimazione continua fa sì che l’insegnante diventi uno zimbello, venga apertamente e sistematicamente deriso dagli studenti e, in conclusione, picchiato o accoltellato. Gli accoltellamenti non sono «disgrazie», effetti di un raptus improvviso, ma il punto terminale di tutto un processo di aggressione quotidiana svolta scientemente e impunemente. I casi di cui si sono occupati le cronache sono solo la punta di un iceberg. Tutti quelli che sono quotidianamente in trincea sanno che questo è un fenomeno molto più esteso e impunito. Se un insegnante subisce minacce in classe o aggressioni dentro e fuori la scuola, spesso viene invitato dal dirigente a passare tutto sotto silenzio per salvaguardare il «buon nome» dell’istituto e, perché, in fondo, la colpa è anche sua, perché non ha saputo esercitare il ruolo che gli compete. Se l’aggressione avviene in prossimità della scuola, o, comunque, all’esterno, per fatti maturati all’interno della stessa, gli si dice che l’istituzione scolastica non c’entra niente, che è lui che, eventualmente, deve presentare denuncia.
Mi permetto di rilevare che quel che importa, dal punto di vista giuridico e giudiziario, è il «rapporto funzionale», cioè il rapporto di causa ed effetto tra ciò che è successo in classe all’insegnante, nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ufficiale, e l’aggressione che ha subito fuori, sia in prossimità della scuola che altrove, da parte di chiunque, studente della stessa, oppure altra persona che ha ritenuto di dover «punire» il professore in nome e per conto di altri o di sua iniziativa, persistendo, comunque, il nesso causale di cui sopra.
Insomma, la scuola non può e non deve lavarsene le mani, mentre spesso lo fa, per cui buona parte delle aggressioni rimangono impunite e ignote, in quanto l’insegnante avverte di operare in solitudine ed è costretto a subire e a tacere. Invece, l’istituzione scolastica deve sostenerlo e assisterlo anche dal punto di vista giudiziario, affiancandolo nella querela e cercandogli un avvocato.
L’insegnante non può bocciare nessuno, perché esiste tutta una rete di «griglie» ostative, di certificazioni di disortografia, dislessia, discalculia, di strumenti dispensativi o compensativi, come il PEI (Piano Educativo Individualizzato), il PDP (Piano Didattico Personalizzato), ecc., rilasciati spesso con una certa facilità, che gli impediscono di esercitare il suo potere sanzionatorio. È necessario, pertanto, rivedere il meccanismo di concessione di queste certificazioni, prevedendo parametri molto più rigidi e il rilascio da parte di strutture pubbliche molto rigorose, come l’ospedale militare.
Infine, la cosiddetta «collegialità» cancella la libertà di insegnamento del singolo insegnate, che dovrebbe essere garantita dall’art. 33 della Costituzione, per cui la sua volontà di intervenire seriamente ed efficacemente viene vanificata dall’indifferenza generale, dall’arte di «tirare a campare», di nascondere i problemi come la spazzatura sotto il tappeto, che caratterizza ‒ debbo purtroppo constatarlo ‒ buona parte del corpo insegnante, che si rifugia in una condizione di «afasia», nel significato deteriore del termine.
Gli insegnanti si trovano poi catapultati nelle «classi pollaio», con un sovrannumero di studenti, con un’alta percentuale di stranieri, che non rileva solo dal punto di vista delle scarse conoscenze linguistiche e di base, che rallentano il procedere dell’insegnamento, a detrimento di tutti gli altri alunni e studenti, ma anche dal punto di vista disciplinare.
Per tutta una vita ho militato nell’ambito della sinistra. Ma oggi mi dissocio pubblicamente dal giustificazionismo, dal sociologismo di maniera, dalle complicità aperte ch’essa sta riproponendo in occasione delle manifestazioni violente dei giorni e delle settimane scorse, che non possono avere alcuna giustificazione e vanno condannate duramente senza «se» e senza «ma», approntando, nel contempo, tutta una serie di misure normative, anche estreme, vista la gravità della situazione, che garantiscano a tutti i cittadini la sicurezza e l’incolumità.
Rousseau ha sottolineato come l’uomo per natura non sia né buono, né cattivo. È il risultato del processo educativo a cui lo sottopone la società. Conosciamo, attraverso la lettura della sua opera eponima, i risultati disastrosi provocati nell’Emilio da un’educazione permissiva. Gramsci (oggi rivalutato anche dalla destra, un po’ meno dalla sinistra), lungo la scia segnata dal filosofo francese, ha evidenziato che la formazione, in ogni tipo di società, ha una componente fortemente costrittiva. La sinistra italiana, che a partire dal secondo dopoguerra, con il movimento della «scuola attiva» (solo per fare alcuni nomi dei suoi fautori: Gianni Rodari, che ha raccolto i suoi studi pedagogici nella Grammatica della fantasia; Mario Lodi; Albino Bernardini; Lucio Lombardo Radice), seguendo l’esempio della Francia e, in particolare, di Celestino Freinet, si è fatta promotrice della figura dell’insegnante come una «levatrice», che ha il compito di tirar fuori dall’alunno o dallo studente quel che di buono c’è in lui «per natura», si trova agli antipodi rispetto all’impostazione gramsciana.
Quel che ha detto Gramsci vale, segnatamente, per la formazione scolastica. La scuola non è un ospedale in cui confinare malati inguaribili, né un lebbrosario o un lazzaretto in cui ammassare malati terminali, né un circo, un varietà, dove si fa intrattenimento, si allettano i «discenti» (si fa per dire), addolcendo la pillola col miele.
L’insegnante non è un guaritore, il quale, dotato di un fluido miracoloso, imprimendo le mani sul capo dell’alunno o dello studente, risolve ogni distorsione della sua personalità, avente numerose matrici causali tutte esterne all’ambiente scolastico, che si riversano in esso inquinandolo e rendendolo ingestibile. Non è un sociologo, né uno psicologo o uno psicanalista, né un saltimbanco di piazza, un intrattenitore da karaoke, un musico errante, un comico capace di far ridere l’uditorio raccontando barzellette. Non è neanche un «profeta disarmato» che può risolvere con la sola arma della parola ogni problema formativo ed educativo.
Bisogna tornare ai tempi in cui a scuola ‒ scusate la ripetizione ‒ si faceva «solo scuola» (sembra poco!), si insegnavano le varie discipline, che erano formative di per sé, perché facevano riflettere, mettevano davanti ai problemi e abituavano a risolverli. Imprimevano una forma mentis razionale e problematica. Non si trasmetteva affatto un sapere nozionistico inutile. C’erano corsi completi di letteratura italiana, di storia, di materie classiche, di filosofia, di matematica, di chimica, di scienze naturali ed astronomiche, di diritto ed economia, di materie agrarie e tecniche, che permettevano di capire come gira il mondo nella sua complessità ed articolazione. Oggi lo studente, destinatario di un insegnamento banalizzato, in pillole, sul vecchio modello americano di Selezione, sente parlare, attraverso i social, di aumento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea, dell’introduzione di dazi da parte di Trump, e non capisce nulla di tutto ciò che incide nella sua vita di tutti i giorni e, conseguentemente, non sa come orientarsi nel «mondo grande e terribile» (prendiamo in prestito questa definizione dal solito Gramsci).
L’insegnante deve riacquistare il suo ruolo di trasmettitore di un sapere complesso ed articolato nei vari campi dello scibile umano. I fautori della «scuola attiva», in tutte le sue varianti riproposte nei decenni e nelle varie salse con cui è stata condita, si collocano anche in contrapposizione a quella che è stata l’esperienza storica di governo del «socialismo reale», cioè effettivamente realizzato. Mario Lodi, di ritorno da un viaggio in Unione Sovietica, in un suo intervento, stigmatizzò il fatto che in Urss nella scuola si insegnassero «solo» le materie. Poi, al di fuori delle aule scolastiche, lo Stato approntava tutta una serie di altre strutture, come biblioteche, luoghi ricreativi, in cui fare sport, musica, e tutte le altre attività che contribuivano alla crescita della personalità umana, e, ancora, ospedali, in cui curare il corpo e la mente, e così via.
Lungo la scia della scuola «omnicomprensiva», contenitore, anzi calderone in cui mescolare i vari ingredienti contrastanti di un minestrone scondito, si sono collocati i vari governi di centro-sinistra o tecnici, in cui il centro-sinistra ha avuto un ruolo fondamentale.
L’insegnante ‒ dicevamo ‒ deve recuperare il suo ruolo tradizionale di docente (dal latino docere, cioè, per l’appunto, insegnare), di impartire lezioni su una disciplina in cui è competente e specializzato. Anche il cosiddetto «sapere disinteressato», che guarda al passato in funzione del presente, è molto importante. La caratteristica fondamentale del mondo classico, in particolare di quello greco ‒ come ha scritto Cesare Pavese ‒ , è stata quella di saper trasmettere una concezione generale del mondo, al di là e al di sopra della «settorializzazione» e della «specializzazione». Perciò vanno rivalutati gli studi classici, anche perché ci ricollegano alle nostre radici, greche e romane.
La scuola deve, per l’appunto, aiutare le nuove generazioni a recuperare le radici della nostra civiltà, nonché le nostre tradizioni, che rischiano di estinguersi. Una scuola «federale», nell’ambito di un’Italia «federale», serve anche a questo: a riacquisire quel che siamo stati attraverso i nostri ascendenti e i nostri antenati, a riprendere usi e costumi, il modo d’essere, di vivere e anche di parlare, del nostro popolo, Molto importante, a tal proposito, è il recupero del dialetto, della lingua che nostra madre ci ha trasmesso con le prime poppate di latte, la forma princeps di comunicazione.
Il «regionalismo» che sta alla base della Costituzione del 1948 si è rivelato inefficace, perché si è concretizzato in «regionalismo burocratico», assistenzialismo, clientelismo, «ascarismo» dei gruppi dirigenti meridionali. È necessario sostituirlo con un federalismo solidale e dinamico, che significa promuovere uno sviluppo economico «autocentrato», cioè fondato sulla valorizzazione delle risorse e delle vocazioni locali, non solo in campo economico (biodiversità, prodotti tipici, risorse del paesaggio e del patrimonio artistico ed archeologico), ma anche culturali. La nostra cultura, secondo i principi della «biologia culturale», è sintesi tra ereditarietà, ambiente, alimentazione. Il territorio non è solo territorio geografico. In esso si sono stratificate le varie civiltà succedutesi nei secoli, anzi nei millenni, con i loro saperi, i loro valori. La stessa stratificazione si è realizzata nelle coscienze delle popolazioni che in tale territorio vivono.
Si viene a determinare, dunque, una «corrispondenza biunivoca» tra territorio e singolo individuo che in esso è nato ed è vissuto: quest’ultimo riesce a recepire e decriptare i messaggi che vengono dal territorio, proprio per la «corrispondeva biunivoca» di cui ho detto, e a tradurli nel proprio modo di operare a livello culturale e, segnatamente, artistico. La letteratura è, dunque, «concrezione» tra storia, vita e cultura. Gli autori che vivono ed operano nei vari territori presentano caratteristiche letterarie diverse, pur nell’ambito dell’unitarietà della cultura nazionale e della comune matrice. Diversa è l’arte di Cesare Pavese e di Leonardo Sciascia, non solo a livello linguistico, ma anche a livello di contenuti ideologici, di estetica e di poetica. Pertanto, la scuola, nelle varie aree territoriali, deve valorizzare gli autori che in essi si sono formati e continuano a formarsi.
Le nostre radici non sono solo quelle greche e romane, ma anche quelle dei popoli italici precedenti la romanizzazione, richiamati in una dimensione mitica da Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli. Anche questo retroterra culturale va recuperato e valorizzato.
La religione non è solo religione positiva, con i suoi dogmi, che pure hanno il loro valore formativo, è la nostra identità, ci ricorda come siamo cresciuti sotto la guida dei nostri genitori: la trepidazione nel corteo della novena natalizia verso la chiesa, con la cannuccia accesa in mano; gli occhi sfavillanti davanti al presepe costruito con mani sapienti dalle nostre mamme e al suono della cornamusa del pastore che veniva tutte le mattine; il riunirsi di tutta la famiglia intorno al desco in occasioni delle feste religiose, ma anche tutti i giorni, e il calore della pentola accesa, che era anche calore affettivo e unificante della comunità familiare intorno ai propri valori di onestà, di semplicità, di laboriosità, di rispetto per gli altri, per le gerarchie, per le persone adulte e per gli anziani; la preghiera la sera, prima di andare a letto, e il bacio della buona notte scambiato con i genitori, i fratelli e le sorelle, i nonni. Rivendicare la presenza a scuola del presepe non significa voler prevaricare su persone di altre confessioni religiose, bensì riproporre attraverso questi simboli i nostri valori e la nostra civiltà e farli rispettare anche da costoro, così come essi pretendono che vengano rispettati i loro nei Paesi di appartenenza, spesso in maniera brutale.
L’insegnante, inoltre, dev’essere dotato dei necessari strumenti sanzionatori, da attuare con severità, senza essere sottoposto a continui ricatti da parte delle famiglie, che fanno valere i poteri di ingerenza oppressiva loro forniti già a partire dai già citati «decreti delegati» e ulteriormente potenziati da normative successive, nonché la minaccia di trasferire i figli in altri istituti più accomodanti. Lo stesso sistema dei «nulla osta» ai trasferimenti da una scuola all’altra dev’essere completamente rivisto. Le autorizzazioni debbono essere subordinate a motivi molto seri, non vincolati al semplice volere e, spesso, ai capricci delle famiglie. Si deve, altresì, rispristinare il sistema, un tempo, vigente già alla scuola media, secondo cui l’alunno bocciato due volte nella stessa classe non può più frequentare la scuola e ritirarsi.
L’obbligo scolastico dev’essere rideterminato e limitato al conseguimento della licenza media, con il limite ora richiamato per i bocciati. Altrimenti si rischia di invadere le scuole superiori con una massa di persone che non hanno nessuna voglia di studiare, che frequentano sol perché obbligate, oppure per conseguire un diploma, un «pezzo di carta», che dev’essere regalato per forza d’inerzia. Debbono essere reintrodotte le espulsioni da tutte le scuole d’Italia per comportamenti disciplinari molto gravi. In poche parole, la scuola deve ridiventare una cosa seria, che può essere frequentata solo da chi ha intenzione di studiare e di rispettare le regole. Gli altri vanno avviati verso il mondo del lavoro, che ‒ come si diceva una volta ‒ educa l’uomo.
È necessario, in ambito scolastico, ripristinare l’autorità dell’insegnante, riattribuirgli i poteri che gli occorrono per esercitare appieno il suo magistero, garantirgli con nuovi strumenti normativi l’incolumità e sicurezza, nonché la dignità personale e professionale, attuando, nel contempo, gli strumenti già esistenti e rendendoli operativi.
Dev’essere abbassata da 14 a 13 anni la foglia dell’imputabilità per i reati commessi, perché tanti degli accoltellatori e degli aggressori ai danni degli insegnanti si sono vantati senza rossore di aver agito sfruttando la non imputabilità stabilita dalla legge per la loro fascia di età. Parimenti dev’essere potenziata notevolmente la responsabilità dei genitori per i reati commessi dai figli minori e non imputabili, non solo con pene al risarcimento del danno prodotto, ma anche estese alle condanne strettamente penali, andando ben oltre i limiti molto circoscritti dell’attuale culpa in vigilando. I genitori debbono capire che mettere al mondo figli implica una responsabilità da prendere molto sul serio.
Gli stranieri che delinquono debbono essere privati del diritto a conseguire la cittadinanza italiana al raggiungimento del diciottesimo anno d’età, che è oggi riconosciuto per chi nasce in Italia. Anzi, bisogna fare di più: dev’essere rivista a fondo la normativa riguardante la concessione della cittadinanza. Altro che ius scholae rivendicato dalla sinistra istituzionale ed extraparlamentare, nonché da certi settori cosiddetti «progressisti» della Chiesa cattolica. Il diritto di cittadinanza dev’essere circoscritto solo a chi nasce da genitori italiani e a chi sposa un italiano, dopo almeno cinque anni di matrimonio, dopo un’indagine molto accurata volta a verificare che non si tratti di matrimoni di comodo, volti, per l’appunto, a carpire la cittadinanza, come spesso è accaduto con la regia di personaggi politici.
Seguendo l’esempio di alcuni Paesi europei che si stanno incamminando finalmente sulla retta via, bisogna proibire l’uso di smartphone et similia ai minori degli anni quattordici, men che mai bisogna consentire che questi strumenti vengano portati a scuola, superando la restrizione attuale di non usarli, perché una volta che si hanno addosso giocoforza vengono utilizzati e, comunque, i controlli inibitori diventano difficili, se non impossibili, perché agli insegnanti è proibito fare perquisizioni personali, in nome del solito garantismo, che viene sfruttato per mettere sotto processo ad ogni piè sospinto, il docente, affermando falsamente che si è preso confidenze eccessive.
Diciamolo chiaramente, infine: non sarebbe un male tornare ai bei tempi, in cui l’insegnante era rispettato e valorizzato, come meritava e merita, in quanto esercita un ruolo sociale ed educativo fondamentale. Il passato è come lo specchietto retrovisore della macchina: bisogna guardare indietro per andare avanti, altrimenti si va a sbattere. Questo non significa essere retrogradi, «misoneisti» e «passatisti», perché il solito Gramsci, richiamato da Carlo Levi nella famosa polemica ingaggiata a proposito del suo Cristo si è fermato a Eboli con gli ideologi ufficiali dell’allora Pci, Giorgio Napolitano e Mario Alicata, ci ha insegnato che il passato è fonte di ogni «rivoluzione» e «rivelazione».
Antonio Catalfamo
Docente di Scienze giuridiche ed economiche nelle Scuole superiori; Abilitato all’insegnamento come Professore Associato nelle Università italiane ed equipollenti