Maria Teresa Liuzzo: L’umanità del terzo millennio
Mentre l’uomo tenta l’ascesa in Cielo, ha dimenticato come si vive sulla terra. Ha dimenticato i valori etici e morali, si è smarrito volutamente nel caos dell’indicibile. Tutto ciò è peggiore della frattura tra la vita e la morte. Va di moda l’indifferenza, l’egoismo, l’egocentrismo, il male gratuito, e pecca l’impegno sociale e politico a favore dei ceti più deboli e della società.
La terza età è considerata merce da rottamare, intralcio al quotidiano, malumore che si trasforma in odio, sfociando successivamente in tragedia, istigato da quell’io nutrito da rabbia cardiaca tra maltrattamenti e omicidi. I contatti umani stanno sparendo. I web attirano gli sprovveduti che fanno di tutto per apparire, come il fuoco con le falene. A volte per manipolare, altre per essere manipolati. Questo male si estende con capillarità allarmante.
Soltanto pochi individui, caduti nelle ‘‘ragnatele’’, hanno avuto il coraggio di denunciare. Il mondo digitale è impervio e complesso più di certi caratteri umani. Gli anziani hanno più paura di vivere che di morire. Moltissimi vivono da internati, costretti da un silenzio spietato, cercando quelle forme che hanno perso il centro ma conservano i simboli. I letterati sono una classe a parte. La loro esperienza recupera il Principio dove la forma si svuota, ma non si dissolve, rimane conservando il pensiero della tradizione. L’interiorità è inviolabile.
Accade spesso che gli anziani dimostrino con i fatti e con la loro saggezza che distinguersi non significa contraddirsi, ma essere lucidi di un passato-presente, ma anche nostalgici: non è un muro di pietra né un palazzo che crolla. La morte, che gli altri augurano loro, è anche l’idea, la parola che pur sanguinando mantiene la sua caratteristica, ciò che va oltre la realtà diretta.
Il karma è l’universo, testimone che circoscrive l’esperienza del dolore e dell’incertezza dell’esistenza, sigilla le crepe delle parole, dandole un nome e un’anima, restituendo a loro dignità, lontano dalle maschere fameliche e sociali, dai politici corrotti e dagli intellettuali asserviti. Le parole rifioriscono come i cocci di un vaso giapponese che viene “curato” con l’oro (kintsurgi), impreziosendo le sue cicatrici. Si liberano dal loro sudore ematico avvolgendosi nella seta della giustizia colorandola di luce, la stessa che l’Umanità ha smarrito lontana dal consenso e dal possesso.
La nascita è un trauma, le azioni che seguono alle parole sono lame che abitano il tempo dello Spirito. Altrove, la luce trascinava il suo corpo che aderiva al dolore come un guanto. Lo scriba, curvo nella notte, sfamava pagine di tomi. La verità è sacrificio, e scaglia frecce innamorate che sfiorano il cuore e l’anima della Cultura, quando le lacrime si spezzano come il pane e la Letteratura riposa nella pietra della Storia.
Tempeste, genocidi, guerre, hanno cercato invano di uccidere la memoria, ma la fedeltà dello scrittore va oltre la cultura e tiene alta la fiaccola della Letteratura. La cattiveria ha il volto dell’ombra e ci spierà sempre come un mostro silenzioso, disteso tra macerie di muschio. I morti non trovano pace, i loro corpi sono distesi sul metallo della sera, mentre le loro lacrime, nere come il pianto, profumano di timo e di rose. I timori continuano a picchiare come gocce di pioggia sul vetro. La parola crea un impatto universale, è dolore che va oltre l’inchiostro scenico e persiste nel sistema nervoso, conserva l’abilità nello sguardo e la verità drammatica che segue quella della finzione.
Rimangono le ombre appese al soffitto, dove spesso il crimine diventa cultura e il corrotto brinda al successo. Ma le voci non sono numeri, sono lamenti che respirano, ferite infette e ossa che si spezzano.
Il Popolo teme le parole più delle sentenze di un tribunale. Da tutte le parole che ruba, trafigge, scuoia, beve il loro sangue. Il Popolo mostra un viso d’angelo, si finge profeta ma rimane un robot esaltato.
La rabbia ha il colore dei papaveri, la bugia diventa abitudine, come una ruota che gira intorno a se stessa. Ognuno di noi corre il rischio di inabissarsi, l’arte e la letteratura nascono da piccoli, silenziosi istanti e la sensibilità si riconosce dai dettagli. La cultura ripudia lo studio del “sonnambulo” e la penosa procedura dell’obbedienza (Franco Fabbro, Ipnosi e cervello sociale, Mimesi).
Le strutture sociali, sono spesso prigioni, esilio, devastazione; “quel lento morire che gli uomini chiamano il progresso del mondo”. Separare l’anima dal pensiero diventa pericoloso, scandaloso, inumano, criminoso.
“Il male nasce dall’incapacità di pensare, ovvero dall’incapacità di ragionare con la propria testa, delegando le loro decisioni alla legittima autorità” (Hannah Arendt).