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Maria Teresa Liuzzo: Aiuti umanitari, un palcoscenico d’inchiostro

Ricevo dall’estero molte richieste di autori e autrici per scambi sculturali. Arrivano a stormi come le rondini in primavera. Leggo, con enorme sorpresa, che chiedono una biografia brevissima di non più di otto righi e per la poesia, un massimo di tredici righi.
Forse, il sentimento lo misurano in millimetri e pensano che chi scrive debba munirsi di un metro per indicare la distanza tra lo spazio e la parola.
Il bello della situazione, è che nelle loro biografie si trova di tutto- che nulla ha a che fare con la biografia- o quel tira e molla di azioni per riempire inutili spazi bianchi.
Alcune autrici scrivono di tutto, come cambiare un pannolino ai propri figli oppure ai bambini dell’asilo nido, di una visita fatta a un parente, alla madre, alla vicina o porgere le condoglianze in caso di lutto, o fare la spesa a chi vive solo e ammalato.
Tutto questo è un dovere di civiltà verso il prossimo che non dovrebbe essere sbandierato. Pur di macchiare pagine d’inchiostro chiamano questi semplici gesti “aiuti umanitari” (servono per fare curriculum).
Ignorano che è un dovere morale, etico e religioso, visto che il bisogno, sotto diverse spoglie, bussa a tutte le porte e la morte non ha pietà di nessuno. Ignorano che il principio doloroso, non è soltanto memoria, ma è ciò che attraversa il tempo senza perdersi o scontrarsi con la propria interiorità.
Ma nessuno di questi signori e signore è partito per la guerra, ha adottato un orfano, ha osservato un momento di silenzio in segno di rispetto, nessuno di loro ha smesso per un solo giorno di esibirsi sul palcoscenico modaiolo delle vetrine Facebook.
Nessuno di questi elementi che si elevano a santi è andato a scavare tra le macerie del recente terremoto che ha colpito l’Argentina, nessuno ha pianto, nessuno ha pregato. Tutti sono partiti per ritirare inutili pezzi di carte che sfornano continuamente, coppe e medaglie.
Il rigurgito della follia non conosce dolore, è più forte del sangue e della morte- per alcune persone.
Nessuno mostra ferite guadagnate al “fronte”, cadaveri allineati, bimbi consumati dal fango e dalla fame, scheletri ambulanti, cieli di pietra e di fuoco, palazzi che crollano, la vita che si spegne come una candela.
E se ne va come un fiocco di neve. La vera carità è quella che si fa e non si dice, quella sofferenza che ci fa mordere le labbra per non urlare, il dolore della nostra impotenza di fronte al male del tempo.
Bisogna battersi per evitare che la società vada in frantumi e l’umanità si possa salvare. “Chi mostra vende” diceva S. Pio da Pietrelcina. Questo sciacallaggio di personaggi che improvvisa e interpreta le tragedie del secolo è fatto di falsi attori, non di persone che soffrono – come vorrebbero far credere – imponendosi sul piedistallo dello scontato e dell’ovvio, per avere visibilità sulle disgrazie altrui.
Fingono di soffrire, con il sorriso delle iene e recitano come saltimbanchi nel circo. Ignorano che il dolore è inafferrabile, proprio come un cercatore di perle. Queste persone opportuniste sfilano come le belve in un teatro di ombre, mutando in attori, truccatori, registi, costumisti, mescolando la realtà al sogno ad occhi aperti.
Non sono in grado di guardare alla tensione emotiva ed etica; se analizzassero ciò che vedono passare sotto i nostri occhi, è l’esatto contrario delle “regole d’oro” dove il bene viene condiviso per non escludere nessuno.
Ma per chi non ha né cervello né anima, tutto peggiora. È come guardare un libro aperto e non essere capace di leggere un rigo. Usando a prestito una frase di Flaiano: “Sono pochi i giorni importanti nella vita, gli altri fanno volume”.
Il tempo è un Amore infelice e ogni giorno è un addio. Nessuno può raggiungere l’inesistente.
I social hanno distrutto l’umanità trasformandola in robotica ambulante. I sentimenti sono diventati ruggine, spine, chiodi, cemento, odio, rivalsa, cattiveria, esibizionismo, la scrittura considerata inchiostro senz’anima.
Molta gente ha perso di vista la verità, l’origine dell’uomo nel tempo e nella storia, non hanno imparato nulla dagli errori del passato.
Noi siamo la fragilità del tempo indomabile, ironico, possessivo e a volte, violento che ci raggiunge cogliendoci di sorpresa come una tempesta di neve, di sabbia o di buio dove soltanto le voci si muovono per soffocare poi in un mondo di falsi pudori.
La memoria diventa uno scialle di onde tra presente e passato, povera di luce, e inferno. La verità è parola che non striscia, ma abbandona le squame del tempo e nel suo “deambulare” di espoliazione cerca la propria autenticità. Liberata dalle scorie rinasce nel tempo che divora e genera e infine si trasforma: diventa alba di resurrezione.
La parola è l’unica libertà che ci rimane, ha un cuore che risiede nel nostro costato e soltanto la pazienza riesce a superare le paure. Il silenzio e l’odio vanno appesi al muro dell’oblio. La vera ricchezza non si misura con la forza né con l’oro, ma con la pace. Il genocidio rimane il più grande pericolo dell’Umanità.