MARIA TERESA LIUZZO: LA METAMORFOSI DELL’INQUIETUDINE
I falsi dialoghi sono peggiori dei cimiteri tribali. Per distinguersi dalle mattanze bisogna vivere lontano dalle guerre sanguinarie che obbligano a cieche obbedienze. La vera giustizia inizia a zoppicare e sta scomparendo dentro un abisso che ha divorato tutto e tutti, mentre i guerrafondai criminali, spesso vestiti da santi, assistono all’incarnazione del loro incubo eterno. Persino il sangue aveva riconosciuto l’amarezza dell’esilio. Lo sguardo che, cauto e inquietante, si aggirava tra i cadaveri in decomposizione o ancora caldi e mutilati da bestie affamate, immortalava la torbida scena. Il silenzio faceva gelare il sangue, il respiro era maestro del governo mentale, che trasformandosi in roccia riusciva a interpretare i pensieri e andare oltre le apparenze. Il fantasma del secolo camminava trascinando con sé la polvere del tempo, il dolore affrontava la tempesta, deglutiva bestemmie ed isterie, attraversando con furore l’occhio torvo dell’inferno.
Ma l’Amore che sgorga dall’intensità del cuore, sa anche accarezzare l’anima con dolcezza e calore diventando fruscio del desiderio più intenso, ad un’altezza lirica vertiginosa. In questo periodo dell’anno si celebrano i misteri eleusini: un rito di morte e rinascita, un viaggio simbolico nell’oscurità per riemergere alla luce. Così fu per i greci che ci fecero dono della loro sapienza: Eraclito, Parmenide, Empedocle e Pitagora. Tutto ciò serve a conoscere noi stessi, le nostre vulnerabilità per coglierne la visione suprema dell’Unità del tutto. Le tenebre sono l’ascesa che conduce a Dio. Il dolore è quel fuoco che tempra l’acciaio, e, attraverso lo stesso avviene la morte e la rinascita dell’anima. È la metamorfosi dell’inquietudine. È necessario mettere ordine nel caos, la verità indossa la clamide della resistenza, lontana anni luce dalla prigionia dell’abisso.
In un santuario di bile si sposava la morte. La solitudine sembrava avvolta in un velo di pietra. Il dolore pattinava sul ghiaccio, sterile la fiamma. L’attesa è un cimitero di enigmi, si spargono le foglie come anime perdute, sprofondano le lacrime nelle ferite aperte. Anche il sogno abbandona la sua tomba. Arida è la stagione della pace, nessuno riconosce il suo calvario. La rosa non permette di essere rimossa dal suo vaso, le spine sono abili guerriere. Oltre gli inganni, condividono con la notte questa sacra desolazione.
Il polso sussurra, il ritmo è razionale, ambizioso, strategico, nessuno lo batte in versatilità mentale. L’alba è analitica, precisa, e da grande organizzatrice ha la capacità di trasformare il caos in ordine. Muta l’oscurità in un cespuglio di rose e si dilatano le ombre. La parola non si vende e non si piega, l’urlo non si spezza. Da una finestra origami di luce, oltre le canne, oltre gli inganni. La parola risorge come un’amazzone: è originale, anticonformista, è logica, creativa, imprevedibile. La forza del suo pensiero è fuori dagli schemi. Altrove, il male continua ad applaudire. Qualcuno vorrebbe trasformare l’oblio in un farmaco miracoloso, direi allucinogeno. Le ferite della modernità sono profonde e invisibili, come la guerra, che ci presenta una coppa di macerie. Il tutto vegeta nell’orrore del silenzio della più spietata complicità. Il trauma è una pioggia di missili. Gli innocenti sacrificati dallo stesso mostro che trasforma i loro sogni in necropoli.
La luna sembrava un’anima in pena, appesa alla rigidità del silenzio. Oltre il mistero, una pioggerellina di stelle attraversava il cuore del tempo e della Storia.