Oltre il mare: la cultura che unisce Italia, Albania e Mediterraneo
Tommaso Garofalo
C’è un Mediterraneo che conosciamo attraverso le mappe e ce n’è un altro che si scopre attraverso le persone, le storie, la cultura.
È il Mediterraneo che non divide, ma mette in relazione. Quello nel quale una città italiana può dialogare con una città albanese, un artista può attraversare l’Adriatico, una lingua può incontrarne un’altra e una memoria può diventare patrimonio condiviso.
In questi giorni arriva da Tirana un segnale particolarmente interessante. È nato il Balkan Art & Creative Network, una rete dedicata alla cooperazione tra realtà artistiche e creative di Italia, Albania, Montenegro e altri Paesi dei Balcani. L’obiettivo è favorire nuovi progetti, coproduzioni, scambi e la circolazione delle espressioni artistiche e culturali.
Non è soltanto la nascita di una nuova rete.
È, soprattutto, un modo diverso di guardare al nostro spazio geografico.
L’Adriatico non è una frontiera
Per secoli abbiamo guardato il mare come qualcosa che separa.
Eppure l’Adriatico, proprio per la sua storia, racconta una verità diversa. Le sue coste sono state attraversate da popoli, commercianti, viaggiatori, artisti, migranti e famiglie. Le città che vi si affacciano hanno conosciuto incontri, contaminazioni, partenze e ritorni.
Bari guarda verso l’altra sponda dell’Adriatico. Tirana, Durazzo, Valona e Scutari appartengono a una storia nella quale le relazioni tra le due sponde sono molto più antiche delle attuali divisioni amministrative.
Oggi quelle relazioni possono trovare una nuova forma.
Non più soltanto attraverso gli scambi economici o istituzionali, ma attraverso la cultura.
Quando la cultura diventa relazione
La cultura possiede una caratteristica particolare: non chiede alle persone di essere uguali per poterle mettere in relazione.
Un artista italiano non deve diventare albanese per dialogare con un artista albanese. Un giovane di Tirana non deve rinunciare alla propria identità per conoscere quella di un giovane pugliese.
È proprio la differenza a rendere possibile l’incontro.
La cultura può quindi diventare uno spazio nel quale le identità non vengono cancellate, ma riconosciute.
È questo, forse, uno degli aspetti più interessanti delle nuove esperienze di cooperazione culturale che stanno nascendo tra le due sponde dell’Adriatico.
Non si tratta soltanto di organizzare eventi.
Si tratta di creare occasioni nelle quali le persone possano conoscersi.
Dalla cooperazione alla comunità
Il passaggio è importante.
Una collaborazione può nascere tra due istituzioni. Una rete può essere costruita tra organizzazioni. Un progetto può mettere insieme professionisti di Paesi diversi.
Ma ciò che resta, alla fine, è la relazione umana.
Ed è proprio qui che la cultura assume un significato più profondo.
Quando un’esperienza culturale riesce a far incontrare persone che prima non si conoscevano, qualcosa cambia. Il territorio smette di essere soltanto un luogo geografico e diventa uno spazio di relazione.
L’Adriatico, allora, può essere letto non più come un confine, ma come una piazza.
Una grande piazza d’acqua sulla quale si affacciano comunità diverse.
Un’idea che riguarda anche la Puglia
Per la Puglia questo discorso assume un significato particolare.
La sua posizione geografica la rende naturalmente proiettata verso il Mediterraneo e verso i Balcani. Ma la geografia, da sola, non basta.
Occorre trasformare la vicinanza geografica in vicinanza culturale.
In questi giorni, peraltro, la Regione Puglia ha aperto un confronto pubblico sul futuro della produzione culturale, dell’arte e delle professioni creative, con l’obiettivo di coinvolgere chi la cultura la produce, la sostiene e la vive.
Sono segnali diversi, ma possono essere letti all’interno di una stessa prospettiva: la cultura non è soltanto qualcosa da conservare. È qualcosa che può creare futuro.
La Diplomazia dei Sentimenti
È proprio in questo spazio che può inserirsi una riflessione sulla Diplomazia dei Sentimenti.
La diplomazia, nella sua accezione tradizionale, mette in relazione gli Stati.
Ma prima degli Stati vengono le persone.
E prima ancora delle istituzioni vengono le relazioni che gli individui riescono a costruire.
La Diplomazia dei Sentimenti parte da questa dimensione: dalla convinzione che il riconoscimento dell’altro, l’ascolto, la memoria condivisa e la capacità di costruire relazioni possano diventare strumenti di una nuova cultura dell’incontro.
Non significa sostituire la diplomazia istituzionale.
Significa affiancarle una dimensione umana.
Perché nessuna relazione tra territori può essere veramente forte se non trova un corrispondente nella relazione tra le persone che quei territori abitano.
Oltre il mare
Forse è questo il significato più interessante delle nuove esperienze di collaborazione culturale tra Italia, Albania e Balcani.
Non costruire semplicemente ponti tra istituzioni.
Costruire ponti tra persone.
Il mare rimane lo stesso.
Cambiamo noi il modo di attraversarlo.
E forse il Mediterraneo del futuro non sarà quello che separa una riva dall’altra, ma quello nel quale le rive imparano finalmente a riconoscersi.
Perché un ponte non cancella le distanze.
Le rende attraversabili.