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Skanderbeg e Venezia, una storia di intrecci tra Albania e Italia

Dalla figura dell’eroe nazionale albanese sul Bucintoro alla presenza degli albanesi nella società veneziana, fino agli Arbëreshë e alle nuove generazioni di emigrati: un viaggio nella storia e nella memoria di un rapporto antico.

Il rapporto tra Albania e Venezia affonda le sue radici in una storia secolare, fatta di scambi commerciali, interessi geopolitici, conflitti e contaminazioni culturali. A raccontarlo è la professoressa Lucia Nadin, intervenuta ai microfoni di Radio Radicale per la rubrica dedicata all’Albania e ai suoi rapporti con la cultura italiana ed europea.

Al centro della conversazione c’è una figura simbolica: Giorgio Castriota Skanderbeg, l’eroe nazionale albanese, la cui vicenda storica si intreccia profondamente con quella della Repubblica di Venezia.

Skanderbeg e la centralità dell’Adriatico

Per comprendere il rapporto tra Skanderbeg e Venezia, spiega la professoressa, occorre tornare al Quattrocento e al quadro geopolitico del Mediterraneo e dell’Adriatico.

L’Albania di quel periodo si trovava in una posizione strategica. La prospettiva di un consolidamento politico del territorio albanese e la resistenza di Skanderbeg all’avanzata ottomana rendevano l’area particolarmente importante per Venezia, che da secoli considerava l’Adriatico una propria zona d’influenza.

La Serenissima aveva infatti una rete di possedimenti e punti strategici lungo la costa dalmata e verso i Balcani. L’Albania rappresentava dunque un territorio fondamentale nella più ampia competizione tra Venezia, Impero ottomano e altre potenze europee.

Il rapporto con Skanderbeg non può quindi essere letto soltanto in termini militari. La sua figura assume progressivamente anche un valore politico e simbolico.

Il Bucintoro e la nascita del mito veneziano

Uno degli episodi più significativi ricordati nell’intervista riguarda il Bucintoro, la monumentale imbarcazione cerimoniale della Repubblica di Venezia.

Sul Bucintoro, accanto alla personificazione di Venezia, era rappresentato anche Skanderbeg. La sua presenza aveva un forte significato simbolico: l’eroe albanese veniva inserito nel grande racconto della storia e della potenza veneziana.

Secondo la professoressa, Venezia utilizzava le immagini e le statue presenti sul Bucintoro come vere e proprie “figure parlanti”, capaci di raccontare la storia e i valori della Repubblica.

In questo contesto Skanderbeg diventava simbolicamente un difensore dell’Adriatico e della cristianità. La sua immagine consentiva inoltre a Venezia di rivendicare il proprio ruolo nella difesa di quella che considerava la propria area strategica.

Non si trattava dunque soltanto della memoria di un condottiero straniero, ma della trasformazione di Skanderbeg in una figura inserita nell’immaginario politico e culturale veneziano.

Dal personaggio storico all’eroe popolare

Il mito di Skanderbeg non rimase confinato nei palazzi del potere o negli ambienti della cultura erudita.

A partire dalla metà del Seicento, la sua figura arrivò con grande successo anche sui palcoscenici veneziani. Opere teatrali dedicate alle sue imprese raccontavano la sua vita, dal periodo trascorso presso il sultano al ritorno in Albania, fino alla resistenza contro gli Ottomani.

Il personaggio veniva presentato come un eroe capace di affrontare e superare difficoltà apparentemente insormontabili.

Il successo fu tale che, secondo quanto ricordato nell’intervista, persino Carlo Goldoni osservava con ironia che gli attori preferivano rappresentare Scanderbeg invece delle sue commedie.

È un elemento significativo: Skanderbeg non era più soltanto l’eroe degli albanesi, ma era diventato anche un personaggio dell’immaginario popolare veneziano.

La “Scuola degli Albanesi”: non una scuola, ma una comunità

Un altro capitolo importante riguarda la cosiddetta Scuola degli Albanesi, un’istituzione spesso interpretata erroneamente.

La professoressa chiarisce che il termine “scuola” non deve essere inteso nel significato moderno. Si trattava piuttosto di una associazione della comunità albanese di Venezia, nata nel Quattrocento.

Gli albanesi residenti nella città lagunare si riunivano per gestire aspetti della vita comunitaria, religiosa e sociale. L’associazione partecipava alle processioni, si occupava dell’assistenza ai malati e della sepoltura dei morti e rappresentava uno strumento di inserimento nella complessa società veneziana.

Gli albanesi presenti a Venezia in quel periodo erano in gran parte commercianti e artigiani provenienti dall’Albania settentrionale e avevano già sviluppato rapporti economici, politici e religiosi con la Serenissima.

La loro storia testimonia quindi una forma di integrazione senza necessariamente cancellare l’identità d’origine.

Gli Arbëreshë e la conservazione della lingua

Diversa fu in parte la storia delle comunità albanesi insediate nell’Italia meridionale.

Gli Arbëreshë, arrivati in Italia in diverse ondate migratorie, riuscirono a conservare per secoli la propria lingua e numerosi elementi della propria cultura.

L’isolamento geografico di molte comunità contribuì a creare delle vere e proprie “isole” linguistiche e culturali. Un patrimonio che ancora oggi rappresenta una fonte fondamentale per lo studio della lingua e della storia albanese.

Emergono così due grandi direttrici storiche della diaspora: l’Albania settentrionale maggiormente collegata a Venezia e al Centro-Nord italiano, e l’Albania meridionale maggiormente legata alle comunità dell’Italia meridionale.

Dalla diaspora storica alla nuova emigrazione

L’intervista arriva quindi al presente.

La forte presenza degli albanesi nel Nord Italia, in particolare in regioni come il Veneto, viene interpretata anche alla luce di una dinamica già visibile nel passato: gli emigranti tendono a dirigersi verso le aree economicamente più sviluppate e capaci di offrire maggiori opportunità.

Oggi gli albanesi sono presenti in numerosi settori dell’economia italiana, dalla ristorazione all’edilizia, dal turismo al commercio e all’industria.

Ma, soprattutto, le nuove generazioni hanno raggiunto livelli di istruzione e posizioni professionali sempre più elevati.

La memoria come strumento di futuro

È proprio qui che emerge il messaggio conclusivo della professoressa: conservare la memoria non significa chiudersi nel nazionalismo.

Al contrario, conoscere la propria storia significa comprendere meglio il proprio posto nella storia europea.

Dopo gli anni Novanta, quando molti immigrati albanesi tendevano a non dichiarare apertamente la propria origine per evitare lo stigma associato all’immigrazione dall’Est europeo, oggi si assiste a un cambiamento.

Le nuove generazioni possono rivendicare con maggiore serenità la propria identità e trasformarla in un elemento positivo.

La storia albanese, sottolinea la professoressa, è infatti profondamente intrecciata con quella italiana ed europea. Recuperarla significa valorizzare musei, documenti, libri, oggetti, testimonianze e associazioni che raccontano questo passato.

Non si può costruire un futuro consapevole senza conoscere la propria storia.

E la storia di Skanderbeg, Venezia, degli Arbëreshë e delle successive generazioni di emigrati dimostra proprio questo: il rapporto tra Albania e Italia non è un fenomeno nato con le migrazioni degli anni Novanta, ma il risultato di secoli di incontri, scambi e contaminazioni.

PS: Per conoscere tutti i dettagli è possibile seguire l’intervista integrale realizzata da Artur Nura per Radio Radicale