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OLTRE LA LUCE, OLTRE IL BUIO…

 

 

 

di MARIA TERESA LIUZZO

 

 

Mi accade frequentemente di domandare a me stessa cosa sia la poesia, quella singolare forma di mistero, che appare e si esprime, senza che alcuno la riveli, senza che il velo che la nasconde alla mente degli uomini, che pure la esprimono, si squarci. Accade un fenomeno strano, come se avessimo un cielo risplendente di abbagliante luce – ma senza la presenza del sole, posto forse al di là di impenetrabili cortine di nuvole – ma così benigna, da farsi sostenere dal nostro sguardo perché ne possiamo osservare le immagini, i ghirigori di fantasia, i colori, le ombre, i chiaroscuri e possiamo ascoltarne le voci, comprendere e decifrare i concetti, insiti nella stessa luce. Oppure, mi sembra che essa venga fuori dalla notte dal buio più denso, in una successione progressiva e sempre più imponente, da una fioca favilla, che si moltiplica indefinitamente e si potenzia di luminosità prodigiosa, fino a rendere quasi diurno il firmamento. Ma essi, il sole e le stelle, non sono che immagini esteriori, le sole visioni, che sono consentite ai sensi dell’uomo. Ma, cosa c’è oltre la luce, oltre il buio, dai quali la poesia sembra promanare? Come focalizzarla, come dare una risposta sulla sua essenza? Accade a me, ma certo a tutti coloro che fanno poesia, di sapere con certezza cos’è la poesia mentre la esprimiamo nei versi (sempre che – ma non è mai certo – che la nostra sia poesia) e di non saperla riconoscere più, quando il momento magico della creazione è già trascorso. Eppure so con certezza che esiste un’entità che è dentro di noi, quella che Giovanni Pascoli definiva come il fanciullino. Quella che io spesso menziono nella mia poesia e a cui attribuisco il nome di dàimon. Comunque la si voglia definire, questa entità ci suggerisce le parole, potenzia la nostra vista, perché noi possiamo vedere più in profondità e più lontano degli uomini comuni (comuni, nel senso che non hanno il dono dell’espressione della poesia), rende più acuta la nostra mente perché possiamo vedere dentro e, soprattutto, oltre i fatti, perché conosciamo l’animo degli uomini, intuirne e spesso carpirne i segreti interiori, quelli che essi non rivelano per pudore e per timidezza, come le sofferenze, i disagi, le contrarietà, ma anche spesso le intime gioie, il candore e le nebbie dell’anima. E tutto ciò che accade nel mondo, tramite questo dàimon, diventa oggetto di poesia, si fa poesia e giunge al poeta (a me stessa quando la poesia mi raggiunge) per piccoli segni, come un lieve soffio di vento, un flebile suono, un raggio di sole, una nuvola che percorre il cielo, una voce di strada che sembra soffocata in un vocio confuso, una corsa di bambini, una risata fragorosa o sommessa, ma anche una voce di pianto, un lamento che nessuno sente. E poi, i ricordi, non per rimpiangere il passato e nutrirmi di inutili nostalgie, ma per rinnovare la memoria, per non disperdere il passato, in quanto storia personale, in quanto elemento indispensabile della mia struttura, base fondamentale di ciò che sono: poiché l’esistenza si compone di varie stagioni, e nessuna di esse può essere cancellata, pena la mutilazione del nostro essere. Dal passato riemerge la fanciullezza, l’infanzia, l’innocenza, le gioie inconsapevoli, ma anche i luoghi, le persone, gli affetti: ritornano in una frase, un termine, in una parola riascoltata dopo anni, ma anche un odore, un profumo, la vista di una pianta o di un fiore. Tutti elementi che si legano alla sfera dell’intelletto e del sentimento, ma che in chi ama i versi, per chi li scrive, diventano poesia. Come credo si sia compreso fino a questo punto del mio discorso, al centro della mia poesia c’è l’uomo, in quanto essere singolo e in quanto umanità, e la natura, a cui l’uomo stesso appartiene, ma che in essa ha un ruolo privilegiato per intelligenza e consapevolezza, E, allora i miei versi, guardano all’umanità sofferente, alla espressione di tutti quei valori universali, che la mente e il cuore degli uomini sentono e esprimono. Cerca, con i versi, di compattare gli uomini, di eliminare nella mia considerazione, le differenze, che di fatto per natura non esistono, ma che la storia e gli uomini alimentano. Con lo stesso occhio e lo stesso animo, guardo all’umile, al diseredato e anzi, con più attenzione rispetto a coloro che hanno condizioni più floride, che sono più fortunati. La mia poesia, che è come dire la mia stessa persona, non fa differenza di razze (tutti gli uomini sono uguali) e si indigna e denunzia con i mezzi della poesia, le prevaricazioni e le ingiustizie, i crimini, le barbarie, tutto ciò che diminuisce l’umanità nell’uomo e lo avvicina alle belve. La mia poesia cerca di vivere il suo tempo e, come tale, è attenta a ciò che accade e cerca di darne un senso, di attribuirne un valore, ma è anche rivolta alla mia interiorità, perché io penso, io sento, io vivo ed ho un ruolo nell’umanità, che intendo svolgere con consapevolezza e senso critico. La poesia però, non è soltanto espressione di sentimenti, rivelazione di sensibilità, ma è anche parola scritta e, come tale, esprimersi in forma d’arte o essere tentativo di raggiungimento dell’arte, sicché nel corso degli anni il mio linguaggio si è modificato, forse evoluto, attraverso lo studio e la riflessione. Ho cercato di ordinare le forme e i pensieri, alla ricerca di un linguaggio chiaro ed essenziale, che eliminasse le scorie e la distanza tra ciò che è il mio intimo sentire e la espressione poetica e, soprattutto, mi potesse avvicinare al cuore degli uomini.

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